sabato 12 gennaio 2013

Scegliere


Oggi è una di quelle giornate dal chiodo fisso. Il mio chiodo fisso di oggi è quello della scelta
Nella mia professione, accanto a donne, madri, padri, famiglie, mi capita quotidianamente di parlare di scelte, proporre alternative, valutare strade, e cercare di guidare e condurre per mano nel modo più neutrale possibile, limitandomi a fornire informazioni, e provando insieme a chi mi sta di fronte a setacciare le possibilità e ricercare la scelta migliore per loro in quel momento, quella che magari non andrebbe assolutamente bene per un'altra coppia, ma che per loro sembra essere proprio speciale. Perché possano avere la loro chance per essere felici. Perché possano veramente sentirsi attivi e viversi, partecipi e consapevoli, nel percorso di diventare genitori.

Nella vita di ogni giorno, tutti noi ci troviamo di fronte a delle scelte: facili, difficili, impossibili, interessanti, pessime, invidiabili, inevitabili.
Nella mia piccola vita da ostetrica, mi sono trovata nelle condizioni di fare piccole grandi scelte, insieme professionali e di vita.

Oggi io sono una libera professionista. In realtà, è quello che sono sempre stata, fin da subito, dopo la laurea, dopo l'Africa.
Per me, e solo per me, per il mio cuore e per la mia testa, questo è il mio miglior modo possibile di essere ostetrica. Nel dire questo, lungi da me qualsiasi tipo di giudizio. Non si tratta di fare distinzioni, dare meriti o demeriti tra chi lavora come dipendente in ospedale o in consultorio e chi svolge la libera professione. Si tratta di collaborare, ognuno a modo proprio, ognuno secondo i propri canali e le proprie possibilità, a rendere migliore il mondo dell'assistenza alla genitorialità. Ampliare le possibilità, migliorare i servizi, ponendo al centro sempre la coppia e la famiglia, il loro benessere, le loro scelte.
Ognuno deve essere prima di tutto onesto con se stesso e seguire il proprio percorso, trovare la propria dimensione. E' importante poter trovare una modalità, la propria modalità che consenta ad ogni singola ostetrica di esprimersi al massimo e al meglio, per essere quella meravigliosa compagna e guida che tutte le mamme, i papà e i bambini vorrebbero incontrare.

Personalmente, la realtà ospedaliera non ha mai fatto al caso mio. Già dal tirocinio universitario (che ho amato, e non ringrazierò mai abbastanza l'ospedale San Gerardo di Monza e le sue ostetriche per quello che ho imparato) sentivo che qualcosa non andava. Una sorta di feeling mal riuscito, nonostante il buon rapporto con le ostetriche, il grande impegno e i buoni risultati sul campo concretizzatisi in grandi felicità, soddisfazioni e valutazioni delle tutor sempre positive.
La routine era la prima cosa che faticavo a sopportare. Ed inevitabilmente, lavorando in una struttura, sia essa un ospedale o un ufficio, la routine è importantissima, e va rispettata per ottimizzare le risorse e migliorare la qualità. Io, però, non mi sentivo padrona del mio tempo. Detestavo il mare di scartoffie ed obblighi burocratici a cui badare, dal momento che questo sottraeva tempo ed energie a quello che avrei voluto fare di più: stare con le mamme e i loro bambini. 
Mi dispiaceva poi dover finire il turno e sapere che se fossero stati dimessi durante un mio riposo, non avrei mai più saputo nulla di loro. Mi sembrava così strano aver condiviso qualcosa di così grande e bello, e finire inevitabilmente col perdersi per sempre, perdere nella mia mente il suono della loro voce, l'immagine dei loro volti emozionati, il profumo dolce del loro bambino. E sicuramente anche i loro nomi. Mi faceva impazzire l'idea che, un giorno, camminando per il centro di Monza, avrei potuto incontrarli, non riconoscerli, o magari fingere di non conoscerli, forse per noia o per pigrizia. E viceversa. 
Così, per tentare di ingannare la mia pessima memoria, iniziai a tenere un piccolo registro segreto delle nascite che assistevo. Provavo ad annotare tutto, comprese le mie emozioni. Ma scrivere in maniera forzata, sotto "dettatura", fosse anche di me stessa, non è da me. Non rendeva. Abbandonai il progetto poco dopo.
Di quelle nascite assistite, mi è rimasta sicuramente l'esperienza, e l'emozione generale, confusa, di tutte, con qualche storia e immagine particolare che spicca a caratteri più limpidi in mezzo alle altre.

La mia memoria è un flop totale. Ricordo bene quel che devo fare, appuntamenti, promemoria e tutto, che quasi potrei non avere un'agenda. Ricordo le cose che ho studiato e che mi aiutano nella professione. Ricordo benissimo i testi delle canzoni e delle poesie. Non sono capace di ricordare le date, e puntualmente dimentico il compleanno di qualcuno. In realtà ricordo solo il mio, quello dei miei genitori, mio fratello, il mio moroso. Fatico a ricordare gli eventi, i volti, le persone, i nomi. Anche le esperienze più belle ed emozionanti, nella mia mente sono spesso destinate a sbiadire, come i contorni di una foto di molto tempo fa. Gli avvenimenti si confondono, i confini sfumano. Le storie reali, almeno per il tempo in cui le vivo, voglio che siano totali. Totalmente piene, cariche, luminose. Non mi piace accontentarmi. I ricordi si affievolirebbero ancor prima.

La mia memoria è un flop totale, ma c’è un luogo nel mondo che sembra essere immune alla sua corrosione: l’Africa, la casa delle esperienze più forti ed accecanti.
Dopo altri due periodi di volontariato, conseguita la laurea, a gennaio finalmente partii realizzando il sogno di una vita: fare l’ostetrica in Africa. Per la precisione, tornai ancora una volta in Kenya, accompagnata da due colleghe con cui avevo condiviso il duro periodo degli studi universitari.
Dal punto di vista professionale, e non solo, l’Africa mi ha posto di fronte ad un grande bivio. A pochi giorni dalla conclusione del terzo mese di permanenza, mentre ci apprestavamo a vivere l’ultimo, intenso periodo di lavoro, arrivò la chiamata che segnò il nostro destino. Per un’inspiegabile ragione, nonostante le raccomandazioni di non considerare la nostra presenza prima della data del nostro effettivo rientro in Italia, fummo contattate dall’ospedale per coprire un posto di lavoro a tempo determinato. La prima a cui toccò la patata bollente fui io, poiché più in alto in graduatoria delle tre. Chiamarono il 6 aprile, giorno della vigilia del mio compleanno. Mi sembrava un complotto, una beffa, un assurdo e quanto mai perfido scherzo del destino. Il giorno prima dei festeggiamenti mi si poneva di fronte alla scelta di abbandonare il progetto di quello che era, per me, il sogno di una vita intera, un qualcosa, un desiderio o un richiamo le cui origini nemmeno mia madre ricorda, in cambio di un ambito posto di lavoro che mi avrebbe permesso per molti mesi di fare esperienza, imparare, guadagnare. Avevo ventiquattro ore di tempo per decidere. Già, perché non presi subito la decisione.

Passai ventiquattro ore a parlare da sola, delirare, imprecare, cercare consiglio e rifugio in mia madre e in mio padre, con la sensazione di avere una bomba sotto al culo, pronta ad esplodere al minimo cenno di insicurezza.

Dopodiché, decisi. O meglio, con l’aiuto da casa, trovai il coraggio per rendere nota la mia decisione, metterla nero su bianco, e comunicarla all’ospedale. Rifiutai quel posto di lavoro. Non volevo andarmene e abbandonare il lavoro che avevo da fare, non volevo lasciare l’Africa, non volevo tradire il mio sogno, nonostante la partenza sarebbe stata di lì a un mese.
Mi sentivo sollevata. Mi sentivo un po’ folle, probabilmente completamente incosciente. Ma ero felice. E del resto, mi dicevo, non avevo una famiglia da mantenere, un lavoro l’avrei trovato comunque, prima o poi.
E, diciamocelo, la voglia di accettare un posto di lavoro in quell’ospedale che conoscevo già a menadito non era nulla di che. Iniziai a chiedermi per quale motivo avessi fatto il colloquio prima di partire.

Così, dopo la mia rinuncia, la palla rimbalzò all’altra collega, che accettò di tornare in Italia.
Poco tempo dopo, per questioni personali, anche l’altra collega decise di tornare prima del tempo, ed io rimasi sola, un po’ impaurita, delusa e amareggiata.
Tuttavia, fu solo col tempo, col passare dei giorni e con il susseguirsi degli avvenimenti, che compresi che quella fu per me una grandissima occasione di svolta.
Da sola, feci tantissime cose. Imparai molto, sperimentai emozioni speciali, migliorai il mio swahili tutt’oggi ancora elementare, ebbi occasione di fare lunghissime chiacchierate con le donne keniote ricoverate nell’ospedale e con i colleghi locali. Mi fu data l’occasione di vedere le cose da un altro punto di vista che prima, forse un po’ naturalmente chiusa nel nostro cerchio di wazungu, di bianche, non avevo avuto modo di considerare. Quel periodo fu il perfetto concludersi del cammino percorso nei mesi precedenti. Avevo visto colori, conosciuto storie e vissuto avventure non ripetibili, quasi non raccontabili. O per lo meno, non interamente comunicabili. Avevo abbracciato persone uniche, avevo stretto mani sagge e vissute. Avevo accolto alla vita bambini più leggeri di una piuma, dei minuscoli pesciolini neri sanissimi. Avevo accompagnato alla morte cuccioli bellissimi. Sembravano addormentati.

Il giorno della partenza, lasciando il St Orsola Mission Hospital di Matiri, appena fuori dal suo pesante e grande cancello verde, dal finestrino del pullman stracarico di gente sudata e bagagli, guardavo la suora salutarmi, in lacrime. Piansi, sentendo il cuore distruggersi in mille pezzi. In quel momento, capii che se fossi tornata in Italia per ricominciare a fare quel che avevo fatto fino a prima della partenza, per giunta nel medesimo ospedale, lo stesso di sempre, sarei certamente finita col soffocare.




5 commenti:

  1. Che bello, veramente....Brava!!!!!!

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  2. Grazie per avermi regalato le tue emozioni e sensazioni! Questo significa passione e coraggio nel vivere questa vita!!!
    Spero di conoscerti nella mia prossima ( e spero imminente) maternità!!!

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  3. in un momento difficile della mia vita, ho sentito il mio cuore piangere e vibrare di emozioni immense e positive.

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  4. Le emozioni, le relazioni, gli amori, le passioni. Io credo che sia questo quello che può salvarci, che sa farci sentire veramente Vivi giorno dopo giorno, nonostante tutto. L'unico coraggio che serve è quello di aprirci per scoprire la Bellezza ad ogni angolo...anche nel sorriso del panettiere al mattino. :) E continueremo, o torneremo a Vivere.

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